Da quel che ricordo ho sempre, ma proprio sempre, dormito in questo modo. Ovvero rinchiudendomi in un bozzolo di lenzuola, coperte, trapunte, indipendentemente da che stagione fosse. E mi coprivo del tutto per riuscire a dormire, testa compresa ovviamente. Non importa quanto caldo ci sia, io devo fare così altrimenti non prendo sonno.
Da che cosa mi riparavo, di cosa avevo paura tanto da nascondermi?
A senso unico.
La settimana scorsa non era cominciata poi così male. Non mi fossi mai azzardata a pensarlo.. Me la sono gufata e non è terminata nel migliore dei modi.
Lunedì scorso ero partita con tutte le buone intenzioni possibili immaginabili. Ho scritto lettere, trovato regali, dato consigli utili, fatto biscotti e altro ancora.
Con il passare dei giorni sembrava fosse tutto più che ok, invece ho concluso la settimana pensando di essere abbastanza infelice.
Sabato, mentre ero ad una festa di compleanno, ho visto una mia amica isolarsi per via di alcuni pensieri che non le davano tregua. Ho cercato di ascoltarla, consigliarla nel migliore dei modi ma quello che ho ottenuto è stato solo un insieme di risposte scontrose, insomma, in generale niente di piacevole. La cosa peggiore, a mio avviso, è che nemmeno si sia accorta della mia reazione di fronte alle sue parole.
Per carità, niente di irreparabile, ma questo unito ad altri episodi ha portato il pensiero relativo all’infelicità a farsi strada fra gli altri.
Tra le altre cose che hanno influito sul mio umore (ed influiscono ancora oggi, altrimenti non sarei qui a scriverne) c’è il fatto di aver realizzato di essere circondata da rapporti a senso unico.
Io non pretendo mai niente, mai. Sarebbe come aspettarsi un regalo in cambio dopo averlo fatto. Però ecco, affinché i rapporti non siano definiti in questo modo sarebbe ottimo ricevere un qualche segnale, uno qualsiasi, dall’altro. Il necessario a non farmi sentire la cretina di turno che parla da sola.
Il risultato è che ora le lettere siano in un angolo a prendere polvere, dove è probabile rimarranno per un po’ di tempo. E già lo so che mi verranno i sensi di colpa per colpe che non ho, mi farò mille domande riguardo gli errori che potrei aver commesso, con l’unico risultato di trovare solo altre caratteristiche negative di me stessa.
Mi sento come se fossi in attesa, di una risposta, di una qualsiasi cosa che però non si sa quando e se arriverà. Persona X mi dice “stai lì, aspettami che arrivo subito” e io sono lì come una pirla ad aspettare come mi era stato detto di fare.
Ecco, se la gente si prendesse l’impegno di smuovere in qualche modo la situazione gliene sarei grata. Perché è troppo comodo fare così, lasciare gli altri in un costante forse e nel frattempo fare finta di nulla, perché “massì tanto chi vuoi che se ne freghi”.
Se non mi sopportavate, me e i miei dolci, i miei disegni, i miei poemi senza senso, potevate tranquillamente dirmelo, sono sempre stata la prima a chiedere se vi stessi disturbando in una qualche maniera. Vi sarebbe bastato rispondermi di sì e sarei andata via, fine. Invece no, è più comodo, divertente, com’è lasciare le persone così? Sono curiosa, qualcuno me lo dica.
Quindi lasciate che vi dica un’ultima cosa. Sarà pur vero che io di problemi me ne faccio troppi, che ho mille e più complessi e mi riesca a fare un sacco di domande.. Ma voi, voi non ci pensate mai agli altri? Alle persone come me che credono di essere la causa di ogni reazione, pur non avendo fatto niente che potesse compromettere il rapporto; che non si lasciano sfuggire la minima occasione per addossarsi colpe inesistenti; alle persone insicure in genere. Pensateci ogni tanto, riflettete riguardo le vostre azioni e l’effetto che potrebbero avere sugli altri. Non fatene una ragione di vita, una costante preoccupazione, semplicemente fatelo il giusto come è bene che sia per tutte le cose. Il mio è solo un consiglio da niente che verrà preso come tale, ma vi assicuro che smettere di essere egoisti ogni tanto può farvi solo bene.
Spero andrà allo stesso modo.
Lunedì scorso sono stata mezza giornata a casa di un’amica.
Parlando del più e del meno è venuto fuori che a sua mamma era stata offerta la possibilità, per svariati motivi, di andare in pensione in anticipo.
Lo sa pure Spike che c’è la crisi (si è verificato un significativo calo dell’acquisto di biscotti per cani, immagino l’abbia dedotto principalmente da questo), perciò penso possa essere compresa/condivisa dalle moltitudini la mia reazione di fronte a tale notizia.
Esempio:
-Notizia
“Hai saputo? Persona X potrebbe andare in pensione prima del previsto.”
-Reazione
”Boia, che culo!/Accidenti, che fortuna!” (per i più eleganti.)
La III legge della dinamica relativa a questo genere di situazione afferma che: “ad ogni comunicazione di pensionamento anticipato corrisponde una reazione di sorpresa di intensità uguale o maggiore rispetto a quella avuta dalla sottoscritta”.
Ovviamente dati i tempi ha accettato, anche se a malincuore.
Per più di vent’anni ha lavorato nello stesso posto, con le stesse persone e quant’altro.
Inizialmente faceva la spazzina (se non vado errando), poi per una serie di motivi è stata costretta ad adeguarsi ad un lavoro d’ufficio.
Nonostante il cambio e i ridotti giorni di ferie lei ha sempre compiuto il suo dovere con entusiasmo. Non importava se dovesse lavorare in giorni festivi, svegliarsi alle 5 della mattina, trattenersi più del dovuto; lei non si pentiva di fare quel che faceva, anzi, ne era ogni giorno più orgogliosa.
Anche se, date le circostanze attuali non posso sapere per certo se il lavoro che farò corrisponderà a ciò che al momento mi piacerebbe svolgere (a dire la verità non posso nemmeno sapere se avrò un qualsiasi lavoro), mi piacerebbe che la mia reazione fosse la stessa avuta da lei.
Io, da un lato, vorrei vedere la pensione come una sorta di meritato riposo, una pacca sulla spalla finale da parte di tutti, un riconoscimento del lavoro svolto con dedizione fino a quel momento; dall’altro vorrei sì prenderla volentieri come una meritata fine del mestiere, ma anche con dispiacere, come è successo alla mamma della mia amica.
Ecco, spero davvero che vada in modo analogo.
Taaac!
Oh là, finalmente posso scrivere un post nel quale dilungarmi oltre ogni limite possibile e immaginabile senza correre il rischio di mettere sotto pressione qualcuno (almeno spero) per la quantità di cose che scriverò.
Non l’ho fatto prima perché ogni volta non ero soddisfatta del risultato. Non lo sono nemmeno ora ma ho deciso che dopo l’ennesimo tentativo mi sarei messa l’anima in pace e mi sarei accontentata.
Martedì 28 sono stata a Firenze e definirla una bella giornata sarebbe decisamente riduttivo. Potete pure pensare che sia la solita cosa che si dice in questi casi, il solito ringraziamento sentito più e più volte (e dato che mi considero una persona abbastanza banale potrebbe pure venirne fuori un post simile) però sono stata in compagnia di tre individui tutt’altro che ordinari e noiosi e proprio per questo credo valga la pena di spendere due parole (ma pure più di due) quantomeno per loro.
Sono partita con un’ansia al cubo, sebbene Nicco(noh,forseh,nonlosoh, vabbè diciamo solo Nicco ché tanto si capisce lo stesso) l’avessi già incontrato più di un mese prima. Ansia che fortunatamente se n’è andata non appena ho salutato lui e Normanora (e poco dopo anche Hulabalu).
Già prima di conoscerli dal vivo mi ero fatta una certa idea di loro però, e non sto esagerando, si sono rivelati mille volte meglio.
Delle persone che sono riuscite a farmi sentire a casa, ridere fino alle lacrime e al blocco della mandibola e mangiare panini dal dubbio contenuto (I regret nothing).
Dove la trovate della gente che vi fa fare (nel limite del possibile) svariati giri da una parte all’altra della città, soffermandosi pure in posti dai quali poter vedere una panoramica di Firenze; che vi porta a mangiare nei posti che preferisce e insomma (anche se lo farei) non sto qui ad elencare ogni cosa fatta o detta perché la renderei una lista interminabile.. Davvero però, dove le trovate delle persone così?
Dato che mi pare d’esser stata oltremodo taciturna (spero non troppo), di non aver dimostrato neanche un briciolo del mio reale entusiasmo e quindi d’aver fatto la figura dell’ameba per questo, proverò a scrivere qui quello che non mi sono azzardata a dire a voce.
Grazie ad Hulabalu che come una guida ufficiale ha indicato edifici/monumenti, che ha interpretato come un esperto critico di opere d’arte i quadri di senso sconosciuto presenti in ospedale, che ci ha scarrozzati da una parte all’altra e ha fatto ridere tutti grazie all’aiuto delle foto del gatto che aveva fatto after, agli aneddoti riguardanti nonni e vecchie gite scolastiche.
Grazie a Normanora che ha dato fondo a tutte le sue conoscenze culinarie per non farmi mancare nulla, che per mezza giornata ha dovuto guardare gli altri mangiare senza potersi permettere niente a parte della semplice acqua, che mi ha fatta uscire dalla Coop (non fosse per il suo aiuto sarei ancora lì, con aria spaesata); che ha condiviso racconti passati e non riguardanti lei, ma non solo, a mio parere non tutti facili da dire. Mi fermo un attimo su questo punto (perché se non allungo ulteriormente il post non sono contenta) per dire che questo tuo aspetto contribuisce in minima parte a renderti una persona forte. Hai sostenuto famigliari (e non solo) quando la situazione lo richiedeva (ma lo fai in ogni caso), ti fai forza per far fronte ai problemi che ti si pongono davanti e cerchi di affrontarli al meglio. Non è da tutti fare quello che hai fatto/fai tu ogni giorno quindi, almeno per quanto mi riguarda, io ti considero una persona forte per svariati motivi e dovresti renderti conto che ho ragione.
Comunque per evitare di risultare ripetitiva sappi che confermo tutti i complimenti fatti in precedenza e aumento la dose, ché te lo meriti.
Uhm, sto dimenticando qualcuno. Sarà mica quel qualcuno che mi aveva detto di non doverlo ringraziare? Mi pare giusto includerlo nell’insieme quindi grazie anche a Nicco che ha avuto la pazienza di rispondere alle mie domande (se in realtà nella sua testa stesse immaginando di strozzarmi non lo posso sapere), che ha finito le mie frasi e risposto al posto mio quando mi bloccavo, che ha svolto funzione di discarica umana finendo il cibo degli altri (m’è uscita malissimo questa cosa ma chi vuoi che ci faccia caso dai) e offrendone pure un po’ del suo.
Grazie (di nuovo, massì) per la vostra compagnia, senza la quale dubito che delle ore in ospedale si sarebbero mai potute vivere in una maniera simile. L’infermiera (o chiunque fosse) che ha detto di spostarci altrove era solo infastidita dal nostro buonumore, ne sono convinta; per avermi fatta ridere parlando con accento milanese, per le battute scadenti, per aver sacrificato una possibile giornata di studio, per gli abbracci, per le canzoni cantate (tranquilli, non divulgherò informazioni compromettenti) e i gesti da ghetto fatti in macchina. Quanto vi sia grata per qualsiasi cosa non potete immaginarlo e per quanto riesca a cavarmela scrivendo quello che penso, in questo caso dubito di essere riuscita a farlo come si deve ma spero sia sufficiente.
Siete tutti e tre delle gran belle persone e mi auguro di non avervi rovinato la giornata, male che vada vi sono rimasti biscotti e disegni. Non vorrei che alla sola vista di questo post vi siate strappati i capelli. Sarei potuta essere sintetica (e giustamente lo dico ora) ma non sarebbe stata una cosa normale, perciò portate pazienza e immaginate che il premio per aver finito di leggere quest’ammasso di parole sia una scatola di dolci (che la scatola non ci sia poi è un dettaglio).
Curiosity killed the cat, dici? Allora per fortuna che non sono un gatto altrimenti a quest’ora..
Ho un sacco di domande che vorrei fare ma non so a chi rivolgerle.
Un po’ sono di quel genere che i bambini fanno ai genitori, un tantino scontate ma non è detto che tutte siano tali. Riguardanti curiosità generali, su qualsiasi cosa possa venirmi in mente in quell’istante.
Un bel paio d’anni fa chiesi alla mamma come mai il cielo fosse azzurro, il mare blu e via dicendo. Lì per lì non rispose subito e ne approfittai per esporle le mie teorie.
Dissi qualcosa di simile a “tra il mare e il cielo ci dev’essere uno dei due che in realtà è uno specchio. Però è stato messo distante dall’altro in modo da non far venire dubbi alle persone; in mezzo ci han piazzato delle nuvole, nebbia e quant’altro e così hanno alleggerito il colore originale e puf! ecco spiegato il tutto”.
Quel giorno camminavamo l’una di fianco all’altra nel parco vicino casa, io guardavo in su e gesticolavo come a voler illustrare quello che mi passava per la testa, invece lei guardava me sorridendo, poi alzava lo sguardo e seguiva i segni senza senso che tracciavo con le dita.
Ecco, non serviva che annuisse continuamente o dicesse qualche sillaba per farmi capire d’essere in ascolto. Lo si capiva, io lo capivo! E lo sentivo anche senza dovermi soffermare a guardarla per averne conferma.
Finché ne ho avuta la possibilità ho fatto domande, forse troppe. Erano decisamente il mio forte. Per una alla quale veniva data risposta ne nascevano altre tre, magari simili alla prima ma con qualche lieve differenza che però a me interessava sapere.
E lei rispondeva. A volte subito, altre invece prendevano qualche minuto in più, se non addirittura qualche ora. Io nel frattempo aspettavo e capitava spesso che un’altra decina di curiosità e dubbi mi venissero in mente, allungando sempre più la lista originale.
Comunque, presto o tardi, una risposta mi veniva sempre data. Sapevo che sarebbe valsa la pena aspettare, perché la mia non era una mamma menefreghista, tutt’altro.
C’era una mia compagna di scuola, Martina, che aveva una mamma del genere. Alla fine delle lezioni correva verso di lei tutta contenta, con l’intenzione di dirle cosa s’era fatto quel giorno in classe. Ma quando giungeva vicina a lei doveva strattonarle più volte un lato della giacca per richiamare la sua attenzione, per poi venire puntualmente sgridata con la solita frase “Martina non fare la maleducata! Non vedi che sto parlando con la mamma di -inserire nome qualsiasi-? Da brava stai tranquilla e non mi disturbare”. Ora, non dico che tutte le mamme fossero così, ma questa faceva al caso mio come esempio.
Ecco, dicevo, la mia non era affatto così. Quando uscivo da scuola la trovavo sempre a chiaccherare ma non appena mi vedeva arrivare, subito metteva in pausa la conversazione e ascoltava quello che dovevo dire.
Non si limitava solo a questo, qua e là piazzava qualche domanda allungando il mio racconto. Non era una conversazione a senso unico, la nostra.
Da quando non posso più rivolgere le domande, banali e non, a lei, ho cominciato ad ammucchiarle in qualche angolo del mio cervello. Ne aggiungo un paio ogni giorno, alcune le dimentico, altre provo a smaltirle da sola. Di certo non le rivolgo agli altri.
Non è cosa da tutti i genitori fare questo, ovvero avere la pazienza, la costanza, chiamatela come vi pare, di dare risposta agli innumerevoli interrogativi di un figlio, sta di fatto che a me è capitata la fortuna di avere un genitore del genere. E da un paio di anni a questa parte, per la precisione da quando mamma s’ammalò, ho praticamente smesso di farle in famiglia e fuori. Non vedo un interesse, un ragionamento, una qualsiasi cosa che mi faccia capire d’essere vagamente ascoltata, non vedo niente.
E’ come se fossi una professoressa di tedesco in una classe di alunni che studiano francese. Faccio una domanda e in risposta ottengo solo delle facce disinteressate alla “ma che sta dicendo questa?”, “che vuole ‘sta pazza da noi?”, oppure confuse e spaesate.
Quando invece capita che mi fidi o che sia così a mio agio con l’altra persona da fare domande del genere senza accorgermene, finisco per pensare/fare le solite cose. Ovvero pentirmi di essermi azzardata a compiere tale gesto perché non vorrei annoiare/disturbare l’altro; pensare di non poter fare una cosa del genere perché manca solo che faccia domande stupide e scontate agli altri che ovviamente hanno mille altre cose per la testa; oppure una new entry che consiste nel chiedermi ciò che segue. Come posso pretendere di rivolgere a persone esterne quello che chiedevo spontaneamente alla mamma? Consisterebbe in una qualche pretesa da parte mia? E’ sbagliato?
Dato che finisco sempre per pentirmene ne deduco che sì, al momento penso sia sbagliato. Perché ho la fissazione di non voler disturbare, perché non vorrei mettere a disagio l’altro, perché piove, perché che gli frega di ‘sta cosa, perché c’è il sole, perché oggi no dai ho mangiato pesante, perché domani nemmeno dato che ho da fare e mercoledì prossimo? No nemmeno, Paolo Fox dice che i pianeti stanno in subbuglio e pesci ascendente scorpione discendente di Marco, figlio di Stefano e cugino di Luca, non ha cinque stelle ‘sta settimana e meglio di no allora, sai com’è in queste cose non si scherza, è come se aprissi la scatola di biscotti e ci trovassi la roba per il cucito: una cosa che proprio no. Quindi, vuoi per un motivo sensato o meno, qualcosa che mi convinca d’essere in errore finisca sempre per spuntare.
La conclusione? Prima o poi ci arrivo. Più poi che prima, o forse mai, conoscendomi.
Ad oggi ho ancora domande vecchie e nuove a zonzo per la testa che mi chiedo come smaltire (massì, aggiungiamo un dubbio in più. Tanto oramai che differenza vuoi che faccia?), che smaltisco rispondendomi da sola o, anche se raramente, trovo il coraggio e azzecco l’occasione di rivolgere ad altri.
Però mi manca quella libertà iniziale, la sicurezza d’essere ascoltata, l’assenza di tutti quei dubbi sull’altra persona, la risposta più ragionata del solito e così via.
Il punto forse mi era chiaro fin dall’inizio ma essendo la solita persona che tende a divagare l’ho dimenticato e mi è tornato in mente solo adesso.
Mi mancano molte cose, mi manca soprattutto la mamma alla quale fare le domande più disparate, improbabili e ridicole.
A non mancarmi invece sono proprio i quesiti. Quelli ci sono sempre e sono contenta almeno loro siano rimasti.
Una mia compagna di catechismo scriveva sempre WOLRD. Una volta avevamo fatto un cartellone e l’aveva scritto sbagliato.
Io le dissi “guarda che la r non va lì” e lei “ah sì, hai ragione!”. Cambiò la parola in WOLDR.
Scambio di ruoli.
In una delle vie nelle quali mi capita di passare quando esco con la confezione di pane mobile Spike c’è un altro cane. Fin qui tutto normale, non fosse che questo nanerottolo pare abbia una particolare antipatia nei confronti del mio fido quadrupede.
Gli passiamo davanti casa e ci segue abbaiando così tanto da esaurire il fiato, se gli partisse un embolo non mi sorprenderebbe. Se Spike mettesse il muso troppo vicino alla rete sono certa che verrebbe morso.
Comunque poco fa eravamo lì e mi sembrava assai intimorito dall’altro che continuava ad abbaiargli contro, che allo stesso tempo cercava di morderlo non appena si avvicinava un po’ più a lui (ma c’è qualcosa di grande tra di noi, che non potrai cambiare mai, nemmeno se lo vuoi: la rete).
Dato che non avevo voglia di andare in mezzo alla strada per continuare la passeggiata e mi dava fastidio vedere Spike così spaventato ho abbaiato io contro al molesto nemico. Anni ed anni passati ad imitare versi di cani, gatti e altri animali finalmente sono tornati utili.
Mi sarò pure resa ridicola ma abbiamo potuto continuare tranquillamente il nostro giro. E il nemico è tornato nella sua cuccia, tiè.
Da un micro cane come il mio non pretendo nulla, al massimo che d’estate cerchi di prendere zanzare e mosche, quindi anche se di solito è il contrario, ovvero il cane difende il padrone, stavolta è andata così e ne è valsa la pena. Avreste dovuto vedere la sua espressione compiaciuta, pareva avesse sconfitto il bullo che lo importunava.
Una normale giornata passata fra discutibili passatempi e altrettanto discutibili paragoni.
Nelle giornate come quella di oggi, dove in biblioteca non c’è anima viva e finisco di compiere il mio dovere in poco tempo, comincio a fare le gare contro le proiezioni di alcuni autori (che non sono casuali, infatti lancio un certo libro a terra come fosse una sfera poké solo in base all’antipatia. Non evocherei autori simpy perché non proverei soddisfazione nello sconfiggerli, capite? Quindi s’hanno da fare scelte ragionate, soprattutto quando ci si annoia) mediante l’indebito uso delle sedie girevoli.
Peccato che dopo un po’ mi stanchi tale passatempo ed inizi a saltellare fra gli scaffali come dovessi fare il provino per Amici di Mario De Filippi (ah non è Mario? E io che credevo).
Sono snodata quanto una tavola di legno, aggraziata quanto un lottatore di sumo e agile quanto un bradipo ma nonostante queste mie preziose doti ancora non sono stata richiamata. Credo che andrò alla redazione per lamentarmi in maniera molto dramah. Per l’occasione metterò la sciarpa in modo da poter eseguire il caratteristico gesto delle professoresse di storia dell’arte (è IL gesto, universalmente riconosciuto dalle moltitudini, non potete non avercelo presente) per poi andarmene borbottando, like a vera donnina egocentrica.
Comunque, passatempi improbabili a parte, volevo dire un’altra cosa (per non cambiare in modo drastico la mia storyline dei post risulterà ripetitiva e banale perciò io v’ho avvertito as always). Quando sto per fare il logout da Tumblrlrlrlrlr e mi trovo di fronte la finestra nella quale mi viene chiesto “Sei sicuro di voler uscire da Tumblr?” il dubbio mi assale gettandomi in un baratro di indecisione senza fine.
Mi sento come quel ragazzetto con i capelli impastati di brillantina che si trova davanti al vucumprà di turno, il quale lo tenta chiedendogli se preferisce la pillola di viagra o quella di ecstasy. Magari non mi sento esattamente come lui, ma una cosa è certa. Quella finestra dev’essere opera di Satana.